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- Ultimo aggiornamento: 25 luglio 2010 -

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Filtri antiparticolato: l'esempio della Lombardia

L'esperto di nanopatologie Stefano Montanari ci guida alla “scoperta” delle nanoparticelle tramite una corretta informazione del problema che spesso, invece, viene moderato e controllato da una dannosa disinformazione mediatica che disorienta il sapere della collettività. Questa volta ci racconta il caso della regione Lombardia e dei filtri antiparticolato adottati da quest'ultima.

di Marco Cedolin

Stefano Montanari, attraverso la propria competenza, tenta di ristabilire la corretta informazione

Pubblichiamo questo interessante articolo del dott. Stefano Montanari di cui consigliamo caldamente un'attenta lettura.

 

La questione dei filtri antiparticolato, sponsorizzati da amministrazioni e alcune associazioni ambientaliste come prodotti a protezione dell'ambiente, mentre al contrario si manifestano come innovazioni peggiorative dal punto di vista dello stato dell'inquinamento dell'aria e del suo grado di pericolosità, è una cartina di tornasole utile a comprendere come sistematicamente il problema "ambiente” viene artatamente strumentalizzato da industria e politica, al fine di perseguire unicamente obiettivi di facile popolarità e altrettanto facili profitti.

Domeniche ecologiche da campagna elettorale, filtri antiparticolato dannosi anziché utili, costruiti da colossi privati quali Pirelli Ambiente Eco Tecnology, Dinex Italia, Ofira Italiana e sponsorizzati nelle campagne di Legambiente, treni ad alta velocità spacciati per attori di un millantato riequilibrio modale, sono solo alcune delle "favole" che la disinformazione mediatica dispensa generosamente nel tentativo di cavalcare la sensibilità ambientale dei cittadini.

Un grazie sentito a chi, come Stefano, attraverso la propria competenza tenta di ristabilire la corretta informazione, benché osteggiato da tutti quei poteri forti per cui il verde si limita ad una mano di vernice da spalmare sopra la ruggine.

Sembra impossibile a chi abbia qualche nozione scientifica, ma i filtri antiparticolato sono diventati obbligatori. Questo, per ora, limitatamente alla Lombardia, ma quando un’infezione si manifesta e niente, nemmeno l’omeostasi, cioè la capacità naturale dell’organismo di riportarsi in stato di salute, la combatte, è inevitabile arrivare ad una setticemia che, vista la mancanza di reazione, si rivelerà mortale.

Detto così, sembrerebbe una battuta adattata da un medico del teatro di Molière, e invece è una delle troppe poco allegre verità del 2010.

Una volta per tutte, vorrei chiarire finalmente la questione, visto che continuo a ricevere sollecitazioni.

Come ho scritto ormai fino allo sfinimento e come ho spiegato nei particolari nel mio libro Il Girone delle Polveri Sottili, l’inquinamento da polveri viene valutato legalmente, seppure senza basi scientifiche, per via gravimetrica, vale a dire, semplificando un po’, pesando quanta polvere di diametro uguale o inferiore a 10 micron (per le PM10) oppure uguale o inferiore a due micron e mezzo (per le PM2,5) sta in un metro cubo d’aria. Esistono valori stabiliti per legge che non devono essere superati, valori che, peraltro, ancora una volta non hanno significato dal punto di vista scientifico, ma un numero bisognava pur darlo ai magistrati.


E se li si superano? Beh, in pratica non succede niente, perché la cosa è talmente diffusa da ricadere nel mal comune mezzo gaudio. Però, se mai diventassimo un paese serio, potrebbero esserci sanzioni per i comuni nel caso in cui lo sforamento dovesse avvenire.

E, allora, che si fa? Invece di combattere l’inquinamento s’imbrogliano le macchinette che quell’inquinamento dovrebbero rilevare, e vissero (?) tutti felici e contenti.

Nei fatti, dalla camera di scoppio dei motori Diesel escono polveri carboniose relativamente grossolane. Queste vengono catturate dai filtri antiparticolato sistemati lungo il tubo di scarico e la cosa va avanti fino a che il filtro non è intasato, cosa che accade ogni poche centinaia di chilometri.

A questo punto, o si toglie quella roba o la macchina si ferma e non riparte.

L’ideatore del sistema – e dopo l’invenzione originale di oltre 10 anni fa d’ideatori ce n’è stato più d’uno – ha previsto che, quando l’automobile non circola in città, avvenga una combustione dei residui carboniosi contenuti nel filtro e quella roba finisca in atmosfera ossidata in CO2 .

Tutto bello? Mica tanto.

Per prima cosa è inevitabile osservare come avere un filtro che oppone una contropressione ai gas di scarico – contropressione che aumenta via via che il dispositivo si riempie – non possa che incidere sui consumi di carburante aumentandoli perché aumenta il lavoro compiuto dal propulsore. E, fingendo che la spesa maggiore non sia un problema, resta il fatto che più si consuma, più s’inquina.

Poi occorre sapere che nei residui carboniosi sono contenute micro- e nanoparticelle inorganiche. Senza filtro, queste resterebbero inglobate nel carbone, ma, con il filtro che brucia il carbone, quelle particelle finiranno inevitabilmente in atmosfera. E chi non conosce l’effetto delle micro- e nanopolveri sulla salute, e in particolare quella dei bambini, può informarsi leggendo i miei libri.

Qual è il trucco per aggirare le centraline di rilevamento delle polveri? Semplice: le macchinette pesano i materiali solidi e basta. Dunque, se io trasformo il carbone (solido) in anidride carbonica (gas), non peserò più niente e il gioco è fatto. Il problema è che la quantità d’inquinanti effettivamente immessa in atmosfera aumenta significativamente perché il carbonio di cui è costituita la particella che viene bruciata ha un peso atomico pari a 12, mentre l’anidride carbonica in cui quel carbonio si è trasformato per combustione, cioè per ossidazione, ha un peso molecolare di 44. Il che comporta una conseguenza ovvia: la sostanza gassosa emessa ed inquinante è 3,66 volte superiore a quella che sarebbe stata senza filtro. Certo nessuno me ne rende edotto e, come recita il proverbio: occhio non vede, cuore non duole.


Che dire, poi dell’ossido di cerio (CeO
2) o del ferrocene [Fe(C5H5)2] usati dai diversi filtri per funzionare? Null’altro che si tratta d’inquinanti che non entrerebbero nell’ambiente se i filtri non esistessero, per il semplice fatto che non sarebbero usati. Perciò un inquinante in più di cui non sentivamo il bisogno.

E, dulcis in fundo a fine vita dell’ingombrante, costosissimo dispositivo (presumibilmente una vita non molto più lunga di 100.000 km), nessuno saprà dove metterlo perché quello non è stato studiato in modo da renderlo riusabile o comunque riciclabile.

Un’ultima chicca: quando la spia che segnala l’intasamento si accende, chi viaggia prevalentemente in città come spesso avviene soprattutto nelle metropoli ha due opzioni: una è andare in officina ad effettuare la “rigenerazione” (soldi, tempo e inquinanti che da qualche parte devono pure andare) e l’altra è di fare una bella corsa a tutta velocità in autostrada schizzando anidride carbonica e micro/nanopolveri più gli additivi nell’ambiente.

Grazie Lombardia: l’importante era dare l’esempio.

Articolo tratto da Il Corrosivo

 e riproposto da newstandout.blogspot.com

 

Articolo correlato: Benzina "verde", ma in che senso?


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