Può capitare che, travolti come siamo da
un continuo ed incontrollato mare di parole proveniente dai media, ci
dimentichiamo o travisiamo il reale significato di una definizione.
Tra tante delle figure retoriche diventate
d'uso e d'abuso comune c'è quella,
fatidica, dell'Impatto Ambientale.
Usata spesso a sproposito e solo nella sua accezione negativa, questa
definizione è in realtà priva di una valenza qualitativa e vuol dare
solo una misura della portata di una modifica operata dall'Uomo o,
perché no, naturale sull'ambiente
che si prende in oggetto.

Bene, qualcuno ha idea di quale sia
l'attività che fin dalla comparsa dell'Uomo sulla Terra ha provocato
realmente il maggior Impatto Ambientale, inteso proprio come sostanziale
modifica del territorio con effetto (per lo più negativo per
l'ecosistema) su flora e
fauna locale?
Tra tutte le catastrofi
ecologiche che continuamente si verificano, che si possono immaginare ed
alle quali siamo avvezzi, l'urbanizzazione e le Opere Pubbliche
colossali svetta invece - e di gran lunga su tutte le altre -
l'Agricoltura!
E' l'agricoltura
infatti, seguita da presso dalla pastorizia, che nella storia dell'Uomo
è stata la maggior causa di modifica sostanziale degli ecosistemi
preesistenti.
Le deforestazioni a
scopo agricolo o a causa della pastorizia e l'irregimentazione delle
acque necessarie agli scopi umani hanno provocato nei millenni la
desertificazione - anche per gli effetti sul microclima - di intere aree
geografiche e la perdita definitiva di una parte importante del
patrimonio originario di biodiversità animale e vegetale.
Coscientemente, si è anche proceduto all'eliminazione capo per capo fino
all'estinzione in qualche caso di quegli animali e quei vegetali
"dannosi" (per la nostra specie?) o che non ci tornavano utili o che non
fornivano lo stesso "rendimento" di altri.
In questo modo, anche quindi per una pura
causa di "mercato", abbiamo ridotto la nostra dieta una volta variata
attraverso le centinaia di specie vegetali tra le quali potevamo
scegliere a sole 4 colture fondamentali ed al consumo di carne derivante
da poche e redditizie razze animali a tale scopo allevate in condizioni
innaturali.
Tuttavia, allo scopo di rimediare almeno
in parte ai danni colossali che abbiamo inferto all'ambiente, non è più
possibile fare marcia indietro per il semplice motivo che tutte le
foreste della Terra non basterebbero ormai più per sfamare gli oltre
7miliardi di persone che siamo diventati e quindi dell'agricoltura non
potremmo più farne a meno, però in
questo ambito qualcosa si può fare sul serio
(qualcuno si è dato la briga di calcolare
che tutta la Terra basterebbe a sfamare al massimo una trentina di
milioni di umani che seguono una dieta di tipo paleolitico ovvero
composta da alimenti derivanti
esclusivamente dalla caccia e dalla raccolta....)
ad esempio
riducendo
drasticamente il nostro consumo di carne:
a parte il fatto che questo non potrebbe che far bene alla nostra salute
ed alle nostre tasche, pare che il 70% delle risorse idriche venga
impiegato per gli allevamenti e per l'agricoltura e se è vero com'è vero
che per far crescere un vitello di un chilo siano necessari 13kg di
foraggio, che senso ha mangiarsi il
vitello, poveretto, invece di mangiare direttamente - come fa lui - un
frutto della terra? Anche immaginando (a torto) che un chilo di carne
possa fornirci tanto più cibo di "qualità"
rispetto ad un chilo di vegetali, lo stesso a conti fatti non risulta
conveniente né per noi né per l'ambiente.

Un'altra cosa che
potremmo fare senza soffrirne più di tanto aiutando anzi anche in questo
caso la nostra salute sarebbe
ridurre il consumo di caffè:
di questa droga infatti se ne consuma una grossa parte solo a scopo
rituale o abitudinario.
Nel senso che se proprio non vogliamo
rinunciare alla scarica d'adrenalina (ed al successivo "down" che ne
consegue...) che ci fornisce la caffeina quando non abbiamo il tempo di
svegliarci con naturalezza o quando per esigenze contestuali siamo
costretti controvoglia a stare ben svegli quando invece vorremmo
dormire, potremmo evitare di
assumere caffè solo per abitudine sociale o sociativa: così facendo
potremmo ridimensionare le (purtroppo altamente redditizie) colture di
caffè smettendo di deforestare a tale scopo giungla equatoriale e magari
riconvertendo le piantagioni a cereali, un po' meno redditizi del caffè
ma sicuramente più utili all'umanità.
Ma c'è da dire che contro un'idea del
genere ci sarebbe (in effetti c'è) l'opposizione delle potenti Compagnie
del caffè e anche dello stesso mais: è noto infatti come molti grossi
produttori sudamericani di cereali siano stati pagati dalle majors per
NON produrre mais allo scopo di tenere alti i prezzi sul mercato.
Vendere a caro prezzo poco prodotto rende molto più che venderne tanto
ad un prezzo adeguato: col primo metodo si riducono di molto le spese di
coltivazione, raccolta, stivaggio, trasporto e distribuzione.
Ma perché parlare di questo se l'oggetto
dell'articolo verte su tutt'altro?
Ci arrivo adesso, la premessa era importante.
Quali sono le
tracce della presenza umana che possiamo osservare per prime
avvicinandoci alla Terra dallo spazio?
Come possiamo ormai facilmente rilevare
anche utilizzando uno strumento come Google Earth, secondaria causa
d'impatto ambientale dopo l'agricoltura e conseguente irregimentazione
delle acque è l'urbanizzazione: anche se è vero che con l'abitudine che
ormai ci sembra normale (ma invece non lo è!) di costruire sovrapposte
l'una all'altra le nostre abitazioni si risparmia territorio prezioso,
c'è da considerare che abitare zone densamente popolate non comporta un
reale vantaggio in termini d'impatto ambientale, anzi...
Supponiamo di concentrare - come succede
comunemente nelle nostre periferie - un migliaio di persone... anzi no,
di famiglie in un "normale" quartiere-dormitorio privo di servizi
sociali. Queste tre o quattromila persone avranno innanzitutto bisogno
di un'adeguata rete idraulica, fognaria ed elettrica, avranno bisogno si
STRADE sufficienti a drenare il regime torrentizio dei loro spostamenti
quotidiani verso i servizi sociali e verso il lavoro, avranno anche
bisogno di parcheggi per le loro auto in quanto i garages della maggior
parte di loro saranno ingombri di mobili ed inutili suppellettili
derivanti dall'ultimo trasloco o dall'eredità di un congiunto, oppure da
qualche veicolo a due ruote o semplicemente hanno attrezzato il locale a
tavernetta per gli amici che quando verranno avranno anche loro bisogno
di parcheggi per le loro auto...
Ecco che sotto questa luce si ridimensiona il presunto minor impatto che
può fornire un'urbanizzazione spinta.

E le strade?
Quando una realizzazione umana è capace di
provocare una mutazione negativa di rilievo nell'economia di un
ecosistema, su parla (anche) di "Dissesto Idrogeologico" e ad esso sono
spesso attribuite la maggior parte delle conseguenze dovute a frane o ad
inondazioni, dimenticandosi magari che esse sono in parte naturali e che
se l'Uomo non avesse l'insana abitudine di realizzare le proprie
abitazioni o le strade sotto a dei costoni instabili o nell'invaso di un
potenzialmente impetuoso torrente, di tanti di questi eventi non
sentiremmo neanche parlare perché non avrebbero alcuna conseguenza sulla
salute pubblica.
Gli Enti preposti, uno per tutti il
Genio Civile, sono chiamati per
legge a valutare il potenziale dissesto causato da un'opera sul regime
delle acque e sulla stabilità di costoni potenzialmente franosi e spesso
le conclusioni a cui giungono gli esperti appartenenti a tali Enti sono
a dir poco contraddittorie: sulla base di questi presupposti infatti, si
sono ritenute e dichiarate
pericolose per il
territorio ed irrealizzabili delle innocue
piste da cross che tutto sommato lasciano così com'è il contesto sul
quale insistono limitandosi ad una delimitazione dell'impianto ottenuta
con pali di castagno, un po' di rete zincata e qualche fettuccia
colorata. Spesso i servizi sono realizzati con strutture amovibili a
impatto pressoché nullo sul territorio, visto che possono anche essere
erte su palificazioni o disponibili su ruote.
Addirittura in alcune regioni su
vasti territori è vietata la pratica del fuoristrada
tout curt,
con l'unica esclusione delle moto da trial - ma solo per alcune
ridottissime aree gestite da Amministrazioni particolarmente
"illuminate" e sensibili - dopo che si è rilevato che i loro pneumatici
incidono sul terreno meno di quanto non faccia uno scarpone da
montagna...!
Per contro,
si lascia che vengano realizzate opere ben più "pesanti" e di dubbia
utilità in contesti difficili come quelli in zone disastrate a causa di
smottamenti o terremoti: è quasi prassi consolidata che dopo un evento
disastroso la prima (ri)costruzione eseguita con fondi pubblici riguarda
grosse palestre, campi di calcio o altri luoghi di svago utilissimi per
far dimenticare alla popolazione di aver perso la propria casa e vedere
i soldi destinati alla ricostruzione impiegati per scopi meno che
secondari.
Frequente in
queste occasioni anche la costruzione di strade lisce come biliardi e
larghe come le piazzette di un borgo medievale che portano... al nulla
nel bel mezzo di una campagna solo non proprio ad un nulla nulla ma ad
un nulla che appartiene a qualcuno che ha in mente una bella
speculazione edilizia....
Eccoci al punto:
l'importanza della costruzione delle
strade, che hanno distinto e fatto grande l'Impero Romano, deve
esserci rimasta del sangue anche dopo la caduta dell'impero, visto che
ormai nel nostro territorio la
natura è integra solo in piccola parte mentre per il resto è frammentata
in innumerevoli piccoli tasselli delimitati e contornati da strade
asfaltate.
Le strade asfaltate, a
differenza sostanziale di quelle carrarecce, bisognano di un adattamento
del territorio sostanziale ed importante, con SBANCAMENTI geometrici ed
accurati, consolidamenti, preparazione del fondo, DRENAGGI, muretti,
innumerevoli ponti (qualcuno però se lo scordano sempre, perché i ponti
costano tanto e rallentano la costruzione), asfaltatura e segnaletica, sia
orizzontale che verticale (un bell'indotto, non c'è che dire...).
Insomma è difficile immaginare un'opera
dell'Uomo che abbia un impatto ambientale minore di quello provocato da
una strada asfaltata!
Perché le
strade asfaltate (importanti) non possono neanche permettersi pendenze
eccessive e ghirigori tra le vallate quando è tanto "semplice" perforare
una montagna tirando una bella
linea dritta sulla carta della zona.
Le strade asfaltate sono l'Opera pubblica
per eccellenza, quella che rende il Paese moderno e lo distingue da
quelli "arretrati" come quelli africani.
In un'epoca in cui almeno ad una ristretta
elite sono noti i segreti dell'antigravità (o di sicuro almeno i primi
rudimenti) si pensa ancora a costruire strade asfaltate belle lisce e
livellate per permettere al bullo di paese figlio di papà di acquistare
la terza auto di famiglia e poi montarci subito un kit di ribassamento
estremo Fast&Furious Style molto adatto alla pista ma ben poco adatto ai
lastricati millenari che
comunemente ancora pavimentano (almeno) il centro storico delle nostre
città medievali.
Insomma siamo arrivati al sunto del
discorso, ed è un punto di vista che mi meraviglio non sia mai stato
posto in evidenza da nessuno,
neanche da appassionati che scrivono su media dei settori motoristici
del fuoristrada: c'è veramente così tanto bisogno di FRAMMENTARE E
DEVASTARE il territorio per costruire (ancora) strade asfaltate solo per
abbreviare i tempi di percorrenza tra un posto e l'altro o per
permettere a chi ha deciso di vivere immerso nella natura di portarsi
però dietro tutte le comodità dell'urbanizzazione?
Ogni nuova
strada "diretta" ed asfaltata costituisce una ferita insanabile sul
territorio, una frammentazione degli ecosistemi che attraversa e divide
in maniera insanabile, un'occasione di MORTE per le creature del bosco
abituate ad attraversare la zona perpendicolarmente al tracciato, una
deviazione del regime idrico i cui effetti sono spesso imprevedibili sia
come probabile dissesto sia come possibile modificazione dell'habitat
floreale
(e quindi faunistico).

E qui tornano utili i SUV, al secolo
"Sport Utility Vehicle" o "Veicoli SubUrbani" ovvero quei veicoli a 4
ruote che permettono in tutta la comodità permessa da un'auto un
fuoristrada moderato e quindi di spostarsi agevolmente su strade NON
asfaltate.
Peccato che la
stragrande maggioranza di questi veicoli tuttofare vengano acquistati
senza alcuna logica per un utilizzo prevalentemente urbano ed
autostradale (sotto questo aspetto sarei anche d'accordo col principio
"Via i SUV dal centro" adottato da alcune amministrazioni locali)
Ancor di più di un SUV, un sano, meno costoso e più affidabile 4x4 duro
e puro che al costo di una vita un po' meno comoda potrebbe in linea
teorica anche fare a meno di vere strade accontentandosi di un tratturo
o di un trasferimento "dritto per dritto" quando il territorio lo
consente.
Da notare che nei Paesi anglosassoni - dov'è nata - la classificazione "SUV" comprende anche le auto da fuoristrada puro.

Ma perché
dobbiamo continuare a modificare il territorio che ci circonda? Non
stiamo già abbastanza comodi?
Io ritengo che al giorno d'oggi lo
sviluppo stradale di cui dispone il Paese sia più che sufficiente
adoperando certo la dovuta cura manutentiva ed in qualche caso
ampliamento ed adeguamento delle principali arterie; ma di fare nuove
strade tranne che in casi particolari proprio non se ne sente la
necessità.
Vuol dire che se proprio sentiamo il
bisogno di raggiungere una meta impervia o lo facciamo a piedi dedicando
all'uscita un po' di tempo in più, ripagato dal piacere che può offrire
una passeggiata nella natura, oppure lo facciamo a bordo di un ECO-LOGICO veicolo da fuoristrada puro,
meglio ancora se a due sole ruote!!
Articolo originale pubblicato su HEYMOTARDnews blog il 12/11/09