I media (ufficiali) hanno
il potere di creare la realtà, almeno quella in cui credono gli spettatori
passivi ed acritici che poi sono la stragrande maggioranza della
popolazione. Questi surrogati di realtà sono concepiti ad arte per mungere e
spingere il gregge dell'utenza dentro un recinto sempre più angusto fatto di
regole severe e scelte forzate che non prevedono né consentono ripensamenti.
Succede così per tutte le grandi manifestazioni epocali ed anche per le
piccole cose.
Un recente esempio di montatura mediatica è quello eclatante della presunta
quanto inesistente pandemia influenzale
che avrebbe dovuto spingere la maggioranza della popolazione ad implorare un
vaccino più pericoloso che inutile. Fortunatamente pare che solo il 3% della
popolazione abbia deciso di farsi intossicare volontariamente con questo
preparato di cui, conoscendo i componenti adiuvanti, si conoscono solo i
potenziali effetti negativie che di certo non mette al riparo
dall'influenza A/H1N1.
Cosa ci proporranno
adesso per l'influenza stagionale, che è 10 volte più aggressiva della
suina?!? L'insuccesso di questa campagna di vaccinazioni conforta ma
sembra anche un po' strano considerando i potenti mezzi dispiegati: non si
sa se rallegrarsene come se fosse una vittoria per i cittadini e la loro
salute o se preoccuparsi ipotizzando che si sia trattata solo di una manovra
di sondaggio della coscienza e della reazione popolare.
Stessa cosa per quanto riguarda "la crisi" (sempre la stessa - artificiosa -
e sempre tra virgolette) che periodicamente attanaglia i mercati di tutto il
pianeta (ma dove sono finite le crisi interne? possibile che non esista più
crisi che non sia planetaria?) o forse più che attanagliarli ne sconvolge
gli equilibri in modo che pochi potenti immuni alle crisi possano
approfittarne, risultando a fine crisi ancor più potenti. Infatti, come
tutte le crisi precedenti anche questa sta volgendo -
purtroppo - al termine "grazie" agli
interventi sinergici di illuminati economisti in tutto il globo o, più
semplicemente, grazie alla fisiologica elasticità del mercato... .
E dico "purtroppo" perché sostengo la necessità della riduzione del PIL che,
come diceva Robert Kennedy nel
famoso discorso pronunciato tre mesi prima di essere
ammazzato (guarda un po'!), può dirci quanti soldi ci girano intorno ma non
può certo quantificarci il livello del nostro benessere e men che meno darci
una misura del nostro progresso nel sociale; e parlo di progresso vero, non
tecnologico.
Questa crisi, come qualunque altra, avrebbe potuto rappresentare una buona
occasione per rivedere i nostri concetti di crescita a tutti i costi a
favore di una decrescita felice e consapevole, guidata intelligentemente
verso un reale e più diffuso benessere globale.
Ma abbiamo perso anche questa occasione perché già si parla di ripresa; del
resto i media devono pur parlare di qualcosa di buono ogni tanto,
soprattutto con l'avvicinarsi della fine dell'anno e quindi della festa del
consumismo... pardon delle festività natalizie e di fine anno.
Comunque, se l'ultima crisi è stato uno spunto di riflessione che ha spinto
qualcuno a fare meno acquisti a rate e dissuaso qualcun'altro a cambiare la
sua buona ed affidabile vettura con un'altra nuova, può anche darsi che
abbia sortito qualche effetto positivo.
Trovandomi a discutere spesso con appassionatidi auto e moto (lo sono stato
anch'io in passato ma adesso mi sono ravveduto) incontro sempre una grossa
difficoltà a far loro capire che se si sospendesse stasera stessa la
produzione di auto e moto nuove per 10 anni, la mobilità e la qualità della
vita su tutto il pianeta non ne risentirebbero più di tanto, anzi per nulla. E' un'utopia, non c'è dubbio, perché
non basterebbe un ravvedimento delle classi dirigenti (intendo dire proprio
le classi dirigenti, cioè bancari, petrolieri e produttori di veicoli, non
mi riferisco ai politici loro dipendenti) per sospendere la produzione senza
causare una reazione a catena che porterebbe in tempi brevissimi ad una
catastrofe economica non essendo pronto un Sistema alternativo a quello
esistente. L'unica possibilità sarebbe quella di uno sciopero a tempo
indeterminato dei consumatori preceduto da un auto-licenziamento di massa
dei dipendenti di tali industrie che dovrebbero però già sapere come
procacciarsi da vivere in maniera alternativa prima di licenziarsi...!
In pratica una cosa infattibile.
Però, una bella crisi ogni tanto può essere utile quanto meno a rallentare
la caduta nel baratro sul cui fondo ci aspetta inesorabile la totale
saturazione del mercato ed il crollo della domanda - anche per
mancanza di contante - frutti
inevitabili del Signoraggio Bancario
e di un sistema capitalistico puro.
Si tratta di matematica, non di opinioni politiche.
"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale
soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare
senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones,
né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento
dell’aria e la pubblicità delle
sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle
carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature
speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che
cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la
violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la
produzione di napalm, missili e
testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la
disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti
che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando
sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute
delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei
loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la
solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o
l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei
rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro
coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra
compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che
rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto
sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani."