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Filtri antiparticolato: l'esempio della Lombardia
L'esperto di nanopatologie Stefano Montanari ci guida alla
“scoperta” delle nanoparticelle tramite una corretta informazione
del problema che spesso, invece, viene moderato e controllato da una
dannosa disinformazione mediatica che disorienta il sapere della
collettività. Questa volta ci racconta il caso della regione
Lombardia e dei filtri antiparticolato adottati da quest'ultima.
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Stefano Montanari, attraverso la propria competenza,
tenta di ristabilire la corretta informazione
Pubblichiamo questo interessante articolo del dott.
Stefano Montanari
di cui consigliamo caldamente un'attenta lettura.
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La questione dei filtri antiparticolato, sponsorizzati da
amministrazioni e alcune associazioni ambientaliste come prodotti a
protezione dell'ambiente, mentre al contrario si manifestano come
innovazioni peggiorative dal punto di vista dello stato
dell'inquinamento dell'aria e del suo grado di pericolosità, è una
cartina di tornasole utile a comprendere come sistematicamente il
problema "ambiente” viene artatamente strumentalizzato da industria
e politica, al fine di perseguire unicamente obiettivi di facile
popolarità e altrettanto facili profitti.
Domeniche ecologiche da campagna elettorale, filtri
antiparticolato dannosi anziché utili, costruiti da colossi privati
quali Pirelli Ambiente Eco Tecnology, Dinex Italia, Ofira Italiana e
sponsorizzati nelle campagne di Legambiente, treni ad alta velocità
spacciati per attori di un millantato riequilibrio modale, sono solo
alcune delle "favole" che la disinformazione mediatica dispensa
generosamente nel tentativo di cavalcare la sensibilità ambientale
dei cittadini.
Un grazie sentito a chi, come Stefano, attraverso la propria
competenza tenta di ristabilire la corretta informazione, benché
osteggiato da tutti quei poteri forti per cui il verde si limita ad
una mano di vernice da spalmare sopra la ruggine.
Sembra impossibile a chi abbia qualche nozione scientifica, ma i
filtri antiparticolato sono diventati obbligatori. Questo, per ora,
limitatamente alla Lombardia, ma quando un’infezione si manifesta e
niente, nemmeno l’omeostasi, cioè la capacità naturale
dell’organismo di riportarsi in stato di salute, la combatte, è
inevitabile arrivare ad una setticemia che, vista la mancanza di
reazione, si rivelerà mortale.
Detto così, sembrerebbe una battuta adattata da un medico del teatro
di Molière, e invece è una delle troppe poco allegre verità del
2010.
Una volta per tutte, vorrei chiarire finalmente la questione, visto
che continuo a ricevere sollecitazioni.
Come ho scritto ormai fino allo sfinimento e come ho spiegato nei
particolari nel mio libro
Il Girone delle Polveri Sottili, l’inquinamento da polveri viene
valutato legalmente, seppure senza basi scientifiche, per via
gravimetrica, vale a dire, semplificando un po’, pesando quanta
polvere di diametro uguale o inferiore a 10 micron (per le PM10)
oppure uguale o inferiore a due micron e mezzo (per le PM2,5) sta in
un metro cubo d’aria. Esistono valori stabiliti per legge che non
devono essere superati, valori che, peraltro, ancora una volta non
hanno significato dal punto di vista scientifico, ma un numero
bisognava pur darlo ai magistrati.

E se li si superano? Beh, in pratica non succede niente, perché la
cosa è talmente diffusa da ricadere nel mal comune mezzo gaudio.
Però, se mai diventassimo un paese serio, potrebbero esserci
sanzioni per i comuni nel caso in cui lo sforamento dovesse
avvenire.
E, allora, che si fa? Invece di combattere l’inquinamento
s’imbrogliano le macchinette che quell’inquinamento dovrebbero
rilevare, e vissero (?) tutti felici e contenti.
Nei fatti, dalla camera di scoppio dei motori Diesel escono polveri
carboniose relativamente grossolane. Queste vengono catturate dai
filtri antiparticolato sistemati lungo il tubo di scarico e la cosa
va avanti fino a che il filtro non è intasato, cosa che accade ogni
poche centinaia di chilometri.
A questo punto, o si toglie quella roba o la macchina si ferma e non
riparte.
L’ideatore del sistema – e dopo l’invenzione originale di oltre 10
anni fa d’ideatori ce n’è stato più d’uno – ha previsto che, quando
l’automobile non circola in città, avvenga una combustione dei
residui carboniosi contenuti nel filtro e quella roba finisca in
atmosfera ossidata in CO2
.
Tutto bello? Mica tanto.
Per prima cosa è inevitabile osservare come avere un filtro che
oppone una contropressione ai gas di scarico – contropressione che
aumenta via via che il dispositivo si riempie – non possa che
incidere sui consumi di carburante aumentandoli perché aumenta il
lavoro compiuto dal propulsore. E, fingendo che la spesa maggiore
non sia un problema, resta il fatto che più si consuma, più
s’inquina.
Poi occorre sapere che nei residui carboniosi sono contenute micro-
e nanoparticelle inorganiche. Senza filtro, queste resterebbero
inglobate nel carbone, ma, con il filtro che brucia il carbone,
quelle particelle finiranno inevitabilmente in atmosfera. E chi non
conosce l’effetto delle micro- e nanopolveri sulla salute, e in
particolare quella dei bambini, può informarsi leggendo i miei
libri.
Qual è il trucco per aggirare le centraline di rilevamento delle
polveri? Semplice: le macchinette pesano i materiali solidi e basta.
Dunque, se io trasformo il carbone (solido) in anidride carbonica
(gas), non peserò più niente e il gioco è fatto. Il problema è che
la quantità d’inquinanti effettivamente immessa in atmosfera aumenta
significativamente perché il carbonio di cui è costituita la
particella che viene bruciata ha un peso atomico pari a 12, mentre
l’anidride carbonica in cui quel carbonio si è trasformato per
combustione, cioè per ossidazione, ha un peso molecolare di 44. Il
che comporta una conseguenza ovvia: la sostanza gassosa emessa ed
inquinante è 3,66 volte superiore a quella che sarebbe stata senza
filtro. Certo nessuno me ne rende edotto e, come recita il
proverbio: occhio non vede, cuore non duole.

Che dire, poi dell’ossido di cerio (CeO2)
o del ferrocene [Fe(C5H5)2]
usati dai diversi filtri per funzionare? Null’altro che si tratta
d’inquinanti che non entrerebbero nell’ambiente se i filtri non
esistessero, per il semplice fatto che non sarebbero usati. Perciò
un inquinante in più di cui non sentivamo il bisogno.
E, dulcis in fundo a fine vita dell’ingombrante, costosissimo
dispositivo (presumibilmente una vita non molto più lunga di 100.000
km), nessuno saprà dove metterlo perché quello non è stato studiato
in modo da renderlo riusabile o comunque riciclabile.
Un’ultima chicca: quando la spia che segnala l’intasamento si
accende, chi viaggia prevalentemente in città come spesso avviene
soprattutto nelle metropoli ha due opzioni: una è andare in officina
ad effettuare la “rigenerazione” (soldi, tempo e inquinanti che da
qualche parte devono pure andare) e l’altra è di fare una bella
corsa a tutta velocità in autostrada schizzando anidride carbonica e
micro/nanopolveri più gli additivi nell’ambiente.
Grazie Lombardia: l’importante era dare l’esempio.
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